UNA RIFLESSIONE SUL CONSUMISMO ALLE PORTE DEL NATALE

Proponiamo, opportunamente riassunta, questa breve riflessione di Umberto Galimberti, apparsa in piena estate sulle colonne del quotidiano "La Repubblica" e concernente uno dei vizi principali del nostro tempo: il consumismo.

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Perchè il consumismo è oggi considerato uno dei vizi principali del nostro tempo, che affligge principalmente i paesi più ricchi ?

Da una prima superficiale analisi, nel consumismo troviamo solo aspetti positivi: sollecita la produzione, aiuta la crescita economica dei paesi, mette alla portata di tutti cose che solo poco tempo fa erano riservate solo ai ricchi e cosi via...

Ma allora, perchè il consumismo è un vizio ? Cerchiamo di fare un'analisi un pò più approfondita. 

1. Produzione e consumo sono due aspetti di uno stesso processo: infatti, non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma sempre più spesso accade che si producono bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci. Le merci, infatti, per garantire la produzione, hanno bisogno di essere consumate e se di queste merci non si sente il bisogno, sarà necessario che questo bisogno venga "generato" artificialmente.

A questo pensa la pubblicità, che ha il compito di generare bisogni affinchè le merci possano essere consumate e la produzione sia garantita. L'invito della pubblicità è molto semplice ed esplicito: ci richiede di rinunciare ad oggetti che già possediamo e magari ancora svolgono un buon servizio per averne altri che "non si può non avere".

2. Il consumismo è basato sul principio della "distruzione", intesa come consumo degli oggetti a ritmi sempre più veloci. L'economia, creando un mondo di cose sostituibili con modelli sempre più avanzati, produce di continuo "un mondo da buttare via". Però, poichè la produzione delle cose richiede sfruttamento di risorse e consumo di materie prime naturali e spesso provoca anche inquinamento, si arriva alla conseguenza che "L'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar va, tratta anche se stessa come un'umanità da buttar via" (G. Anders).

In questo processo, dove il principio della distruzione è indissolubilmente legato alla produzione, l'uso delle cose deve coincidere forzatamente con la loro usura. Se questo non è possibile (altrimenti nessuno acquisterebbe quel prodotto), è sufficiente che lo sia per i pezzi di ricambio o i materiali di consumo (un esempio per tutti: le cartucce di ricambio delle stampanti, il cui costo è spesso paragonabile a quello delle stampanti stesse). Se il costo di queste parti è elevato, persino piccole riparazioni vengono a costare quanto un nuovo acquisto.

Ma se questo ancora non basta, sarà la pubblicità a persuaderci che se anche la nostra automobile tecnicamente funziona ancora nel migliore dei modi, è il caso di sostituirla perchè "socialmente inadatta" e in ogni caso "non idonea al nostro prestigio".

3. Per opporsi alla "resistenza" degli oggetti e far sorgere nel pubblico la voglia di disfarsene, il consumismo utilizza anche sottili strategie, come ad esempio la "moda" che serve a rendere "socialmente inutilizzabile" o "inadatto" qualcosa che invece è ancora materialmente utilizzabile e perfettamente adatto allo scopo. Questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche (televisori, cellulari, ecc.) o per il guardaroba ma, assurdità massima, anche per gli armamenti.
Se un armamento resta infatti inutilizzato per lungo tempo per mancanza di guerre, ecco che vengono inventate le guerre "umanitarie" (o addirittura "preventive") o si producono armi migliori che rendono vecchie quelle precedenti, magari mai utilizzate. 

Resta difficile comprendere in cosa consista questo "miglioramento" considerando che le armi attualmente a disposizione già consentono all'umanità di distruggere se stessa in modo totale. Che senso ha mettere sul mercato qualcosa di "meglio" ?

4. Ma quali sono gli effetti del consumismo sulla nostra idendità personale ? La risposta è abbastanza semplice: disastrosi. Da sempre, l'uomo correla la propria esistenza anche agli oggetti che possiede, che, per questo, divengono parte di sé (basti pensare ai nostri oggetti "più cari" o al fatto che nei tempi antichi, quando gli oggetti duravano tutta la vita, questi venivano seppelliti insieme al morituro). 

Questo significa che là dove le cose perdono consistenza sempre più velocemente e vengono continuamente sostituite, l'individuo perde punti di riferimento per far posto ad una serie di immagini sfavillanti che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono: diventa sempre più difficile distinguere tra fantasia e realtà, tra immaginazione e dati di fatto.

5. Questa cultura del "nulla è più durevole" investe anche i rapporti umani: tutto diventa intercambiabile, dal lavoro, agli amici, agli sposi, perchè anche i rapporti tra gli uomini riproducono alla lettera i rapporti con i prodotti consumati, dove il principio dell'usa e getta diventa generalizzato.

Allora, che fare ? Niente ! Perchè l'identità personale si è a sua volta dissolta in una serie di bisogni e desideri programmati dal mercato. A differenza dei "vizi capitali" che segnano una deviazione della personalità, questo nuovo vizio ne segna il completo dissolvimento, che non è neppure avvertito, perchè investe tutti indiscriminatamente.

Il consumismo, infatti, non è un vizio personale, ma una tendenza collettiva, a cui l'individuo non può opporre una resistenza efficace, perchè resterebbe escluso dalla vita sociale. Ma allora, perchè parlarne ? Per essere almeno consapevoli e non scambiare per "valori della modernità" quelli che invece sono i suoi disastrosi inconvenienti.

 

A cura del Gruppo Giustizia e Pace