CONFRATERNITA DEI CINTURATI
DI SANTA MARIA DEL SOCCORSO
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IL LUOGO DELLA PIETA'
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Il Cimitero delle Suore
Benedettine di Clausura, riportato alla luce e sistemato ad opera della
Confraternita di Santa Maria del Soccorso nel mese di luglio 2003 nell’ambito
di lavori di pulizia e sistemazione delle catacombe della Chiesa di S. Spirito e
dell’ex Seminario Arcivescovile, voluta da Don Antonio Pisani, coadiutore
dell’Economo Diocesano e finanziata dalla stessa Confraternita, con molta
probabilità risale al sec. XVI; in esso riposano i resti mortali delle Suore
che vissero nell’annesso Monastero, la cui storia è qui di seguito esposta, e
di altre persone la cui identificazione è tutt’ora oggetto di studi.
Per la pulizia e la sistemazione di questo sito, ribattezzato “Luogo della Pietà”, la Confraternita ha subito creato una equipe di lavoro composta da: Liberato Trotta, Liberato Ramarro, Antonino Fasano, Antonino Viglione, Luigi Sessa, Lucia Fezza e Carmela Di Cosimo e da collaboratori esterni. Consulenza storica e ricerche sono a cura del Prof. Maurizio Ulino, dell'Università degli Studi di Salerno, che è stato tra i primi a sostenere la presenza di un luogo di sepoltura in quel sito.
Tale gruppo di lavoro registra oggi l’adesione di nuovi
collaboratori.
IL CONVENTO DI S. SPIRITO E LA CHIESA
DELLA TRINITÀ(1)
La somma si era rivelata del tutto insufficiente all'erezione dell'edificio che il Capitolo, in qualità di esecutore testamentario, avrebbe dovuto elevare nel pressi del palazzo ducale, per cui, quotatasi tutta la città, il convento sorse nella zona di espansione urbana dove più facile e meno costosa risultava la ricerca di suoli edificatori.
La storia della fabbrica mette in evidenza come le fondazioni religiose,
velleitariamente erette per volontà di privati, vivessero di vita grama e
stentata per mancanza di sufficienti rendite. I volumi superstiti dell'archivio
del monastero contengono ripetute lamentele per inadeguatezza delle costruzioni,
prive di coperture, cadenti, non in grado di consentire la clausura. Continue
riparazioni si susseguono nel corso del Seicento fin quando il terremoto del
1694, aggravando la situazione, fece sì che il convento «restò quasi
inabitabile e spaventoso in maniera che fu necessitato abattere un quarto intero
dove era quasi tutta l'habitatione; e rifabricarlo fin dal fondam... è restato
imperfetto e scoverto per lo che habitano dette monache in certe poche stanze
con due o tre letti per ciascheduna ...»
Il convento benedettino vide nel Settecento aumentare le
difficoltà economiche; il patrimonio era, nel 1742, costituito quasi
esclusivamente da oliveti e castagneti, oltre a quattro «case»; la famiglia
di monache in quest'epoca era la più numerosa fra quelle di Campagna essendo
costituita da sedici religiose oltre a quattro educande.
Alla metà del secolo XVIII il vescovo Anzani si dedicò
risolutamente alla soluzione del problema. Mentre è ben documentata la sua
attività per quanto riguarda la costruzione della chiesa, non rimane
memoria nelle carte d'archivio di lavori eseguiti per suo volere all'interno del
convento e ad ampliamento dello stesso. Sussistono però alcuni disegni, uno dei
quali datato 1759, riguardanti il progetto del monastero. L'edificio è di
notevole ampiezza, come si riscontra del resto nel suo rapporto con le fabbriche
circostanti; l'insieme è sciatto e casualmente definito nel rapporti
strutturali e nella disposizione degli ambienti specialmente di quelli del piano
terra. Uno dei lati corti si addossa alla chiesa della Trinità per i tre piani
di fabbrica al di sopra del piano terreno e tutto l'organismo si articola, ai
vari livelli, intorno ad un cortile centrale di forma rettangolare sul quale si
aprono alcuni vani terranei di servizio, al piano superiore le celle e i locali
dell'educandato. Il cortile, nel quale non compare il grosso dislivello oggi
esistente fra la zona d'ingresso e la parte meridionale limitata da un
terrapieno e tenuta ad orto, risulta modulato da una successione di pilastri, ai
quali si addossano lesene; sui due lati a settentrione e ad occidente fra la
pilastratura si aprono finestre o varchi di accesso ad un lungo corridoio, sugli
altri due invece le arcate, addossate al terrapieno, delimitano una sequenza di
nicchie scavate nella parete di fondo.
I lavori necessari alla ricostruzione prevista nei disegni del 1759
erano in corso nel 1761; nel 1769 si era arrivati all'intonaco del «quarto del
refettorio»; nel 1771 la fabbrica non era ancora terminata poiché le monache
avevano bisogno di 400 ducati «per levarsi dalla estrema strettezza in cui
vivono». Le benedettine, che tanti sacrifici avevano affrontato nella
speranza di vivere in una comoda costruzione, godettero ben poco della nuova
sistemazione poiché nel decennio francese il monastero fu soppresso e
l'edificio, dopo alterne vicende, destinato, dal 1816, a sede del seminario.
Modificazione della destinazione d’uso: da Monastero a Seminario
I locali, benché di costruzione recente, dovevano essere radicalmente
ristrutturati e, nonostante gravi difficoltà economiche, già nel 1819 il
vescovo Lupoli si era munito di un progetto di restauro eseguito «dal signor
Manfredi di Corleto» i cui disegni firmati sono in parte conservati in un
fascio dell'Archivio diocesano. In essi si nota lo sforzo di ridistribuzione
delle superfici interne per la migliore utilizzazione degli spazi; tra l'altro
viene occupato, al terzo piano, il corridoio di accesso al coro delle monache,
insistente sull'area della chiesa, e una parte di fabbrica, ad esso adiacente,
per poter costruire un appartamentino per il vescovo. In base a tale soluzione
si sarebbe formato, nel registro superiore della facciata della chiesa, un
curioso prospetto con balconi aggettanti poiché «da detto sito si gode un
orizzonte piacevole e la vista dì tutta la città».
Il progetto non fu attuato, per lo meno nella parte riguardante il
corridoio del coro, ed al vescovo rimase un quartino costituito da quattro vani
soltanto.
Le spese maggiori non erano assorbite dai cambiamenti interni quanto
dalle indispensabili opere di consolidamento dei muri perimetrali, dalla
rifazione dei tetti, dalla ricostruzione di parti dirute. L'edificio conservò
la sua destinazione, nonostante il seminario nella seconda metà dell'Ottocento
fosse rimasto chiuso per alcuni anni, finché, con la abolizione definitiva nel
corso del nostro secolo, i locali furono destinati a sede scolastica.
L'intero complesso non riveste che un modesto interesse architettonico,
mentre accentuato è il suo fascino ambientale. La piccola ed erta salita che si
conclude con il portale in pietra architravato e sormontato da più tarde
decorazioni conserva intatta la sua aria appartata; l'insieme conventuale, con
le sue alte mura, domina incontrastato, o meglio dominava, il tessuto
circostante.
La chiesa della Trinità
La chiesa della Trinità costituisce un esempio delle gravi conseguenze
causate alle parrocchie del territorio campagnese dalla riunione di tutti i
benefici in un unico cespite necessario alla dotazione della mensa vescovile. Le
chiese più piccole esistenti nei casali sparsi nella fascia collinare
rapidamente decaddero fino al punto da scomparire del tutto; fra le quattro
raccolte nel centro urbano, la più trascurata risultò essere appunto la Trinità
la quale non godeva del prestigio di S. Antonino, privilegiata dall'esistenza
della colonna del santo e dall'essere di antichissima tradizione e devozione, nè
poteva essere paragonata a S. Bartolomeo, per sua fortuna annessa al convento
dei domenicani.
Nel 1640, nella relazione del vescovo Liparoli, la Trinità è descritta
«del tutto malconcia e piena d'acqua... (con) altari tutti sforniti ...». A ciò si aggiunge che essa serve «per
un ricettacolo dei delinquenti, e fuggitivi della Corte...»‑. Il presule
minacciò l'interdizione se non si fossero posti adeguati ripari nel termine di
quindici giorni, e l'edificio, rabberciato alla meno peggio, sopravvisse per
quasi un secolo prima di essere rifatto dalle fondamenta.
Attesta il perenne cattivo stato della chiesa anche il manoscritto
Guerrieri che nel 1616 passa sotto silenzio la precarietà della struttura e
ottimisticamente riferisce come essa «fra poco si farrà commoda per le spese
necessarie essendo concorso de devotione»; nessuna descrizione dell'edificio ci
tramanda il De Nigris il quale sostiene che essa «è stata rifatta due volte,
sicome al presente si vede la nuova forma». Non sono precisati i tempi in cui
avvennero tali ricostruzioni ma non dovevano essere recenti; si trattò
probabilmente solo di piccoli accomodi, poiché anche il manoscritto
settecentesco, così circostanziato per gli altri edifici sacri, passa
rapidamente «per avanti la chiesa della Trinità» soffermandosi sugli abiti
indossati dagli affiliati alla congregazione e non accennando a qualità
specifiche della fabbrica.
La vicenda della ricostruzione del tempio aveva avuto origine quando, nel 1750, l'Anzani,
vescovo di Campagna dal 1736 al 1770, dopo aver deciso di «... togliere l'umido
al pavimento della SS. Trinità, e di farvisi le vitriate indici i che sono
state poste in oblio ... ordiniamo ... faccia profondare almeno due altri palmi
il pozzo tutto in giro did.a. ch.a dalla parte di fuori e faccia fare le
vetriate a tutte le finestre della ch.a che corrispondono fuori la clausura...»,
si rese conto che ogni intervento parziale non avrebbe risolto in alcun modo gli
annosi problemi, per cui il 16 aprile 1752 la fabbrica fu interamente
demolita.
Tre mesi dopo il vescovo, il quale con ogni
probabilità fu sottoposto ad una estenuante opera di mediazione fra monache,
capitolo e rappresentanti della città per convincerli a costruire un
unico edificio con caratteristiche insieme di chiesa parrocchiale e conventuale,
fornisce il suo punto di vista sulla nuova, inconsueta costruzione da
realizzarsi, ponendo in primo piano le ragioni della precarietà della vecchia
aula sacra: «la chiesa che ci era vomitava acqua dal pavimento, e credemmo
costantemente che nascesse dacché la sovrastava il monte ... di Casalnuovo, la
onde passando l'acqua per la terra cretosa, che supponevamo fosse nella chiesa
fra vano e vano delle sepolture sorgesse in essa; ma nò essendosi notato niente
di questo si è toccato colle mani che tutto il male nasceva dalla mancanza di
ventilaz.ne. Per questo crederei necess.o alzare di molto il pavim.to d.a ch.a,
e così fare ch'essa non resti inferiore al monast.o ed alle case che sono verso
Casalnuovo, onde ventoli» .
Le istruzioni che l'Anzani fornisce nella
lettera, istruzioni da riferire probabilmente al progettista prescelto, formano
un delizioso quadro del suo modo di pensare nei confronti della edilizia
religiosa in questo caso particolare utilizzata anche da monache di clausura, e
delle sue preoccupazioni nei confronti delle suore. Egli ritiene si debbano costruire
coro e coretti nella chiesa, ma ritiene doveroso consentire alle suore la sola
vista dell'altare e non della navata «per esimerle da cento peccati, da cento
occas., e mille curiosità pericolose». Tutto però deve essere fatto con
accortezza: «A tutto questo si deve occhio, ma niente di tutto questo deve
giammai dirsi, ma tutto far nascere a tempo suo, come fosse una cosa mò
avverata, per farla, e farla cò quiete» anche perché bisogna cercare di
accontentare le religiose « ma andare adaggio nel compromettersi con esse». Si
sofferma anche sul numero dei confessionali e sulla loro posizione e si
preoccupa che gli ornamenti a farsi non possano costituire un mezzo per dare la
scalata alla clausura da parte di malintenzionati; dichiara di volere
nell'interno dell'edificio solo cinque altari poco sporgenti dalle mura di
tompagno dell'unica navata illuminata da un doppio registro di finestre, con
l'esclusione di aperture ai lati dell'altare maggiore, «per no incorrere nel
difetto del Capo altare del duomo di Nap. perché il lume deve illuminare
l'oggetto, e perciò l'altare maggiore, il crocefisso che vi situa e riò
l'occhio che lo riguarda». A chiusura del discorso esprime le sue personali
idee circa la definizione del bello in architettura: «Il fonte del bello
dell'edificio deve consistere né pensieri sodi del disegno, nell'esatta
proporzione in un ornamento serio, liscio, e ben tirato senza attenersi al buon
gusto presente, che lo chiamerei schiribizzoso, e capace di ricevere applauso da
mani leggiere, vane, e che vorrebbero sentire e godere il piacere del teatro
fino nella ch.a».
Non sappiamo quale professionista fu scelto dal così risoluto presule
ma la sua opera doveva limitarsi al solo schema distributivo perché ribadiva
ancora l'Anzani: «Non voglio sentir parlare di cupole. Non voglio appaldi, o
stagli: se chi favorisce del disegno ha sperienza di un buon capomastro beniss.o,
ciò ce ne serviremo fino a che vedremo che fa a dovere, ma nò voglio ligarmi a
niente, perché il Capomastro sono lo che ci ho più interesse di tutti, e
tratto cò monache». L'instancabile vescovo si preoccupa di prevedere ogni
desiderio od obiezione del professionista a scegliersi, anche quella del clima:
«Non vorrei, che siccome ... di Eboli sia mal'aria ... si credesse che Camp.a
partecipi di Eboli, poicché Camp.a no patisce di umido d'està è buonissima
aria, ed lo per onore e per coscienza non mi curerei a passarci nel mese di
Luglio quando non conoscessi di certo che niuno danno può riceverne il sig.
Ingegnere, anzi ripeto, che son tentato passarci di persona io per due, o tre
giorni, a fine di vedere, sentire e parlare ».
Nessun'altra notizia forniscono le carte sull'ingegnere che accettò di
disegnare il progetto di massima voluto dall'Anzani, né sappiamo quando iniziò
con precisione l'opera. Da un libro di contabilità si ricava che nel 1759 e nel
1763 si pagavano le lamie e l'armaggio del tetto. La costruzione fu eseguita,
come voleva il vescovo, da maestranze locali e «il figlio di m.ro Ciccio»
forniva il modello «della finestra dentro il cappellone maggiore». La chiesa
fu inaugurata, però, sotto il Ferri, succeduto all'Anzani nel 1770, ad «anni
venti, mese uno e giorni venti» dalla demolizione del vecchio edificio». Esso
era costato tanta fatica e così lunghi tempi di attuazione per cronica
insufficienza di fondi poiché, in corso d'opera, i disaccordi fra monache,
capitolo e amministratori cittadini, per qualche tempo composti con la
mediazione del vescovo, scoppiarono nuovamente violenti e, quando erano già
state spiccate le strutture di fondazione, il capitolo e i magistrati che
rivendicavano lo iuspatronato sulla SS. Trinità si rifiutarono di contribuire
alla costruzione della chiesa anche a servizio del convento, per cui le monache
furono costrette a realizzare, unicamente con le proprie risorse, la fabbrica
progettata con altri fini e sulle cui dimensioni non potevano ormai più
intervenire a meno di non rinunziare anche alla parte di fondazione e di mura
perimetrali già edificata: «et moniales quidem magno Monasterij incommodo, cum
eam totius edificli descriptione prosequi coactae fuerint, quae pro monasterio
simul, et Parrochia delineata fuerat, cum iam iacta fundamenta extrinsecus
surgere coepissent».
La nuova fabbrica sembra rispondere in pieno al concetti che ispirarono
il vescovo progettista. La facciata rusticamente intonacata incombe, molto alta,
sulla stretta stradina antistante ed è severamente modulata da lesene centrali,
quasi a fascio, fiancheggianti il portale, ricollegate con successivi pianetti
meno aggettanti alla parete di fondo, delimitata all'estremità da altre lesene.
L'unica decorazione è affidata agli sporti dei cornicioni che seguono il
movimento della parete di fondo ed al sinuoso ma pacato disegno dei due ordini
di finestre. Il portale in piperno, sovrastato da stemma, è estremamente
semplificato nelle strutture verticali; al di sopra della liscia trabeazione si
inarca una lunetta sormontata da una cornice. L'esame della struttura, molto
rovinata dalla mancanza di manutenzione, rivela un insieme tracciato con mano
sicura anche se risente di incertezze di realizzazione.
L'interno è di grande interesse. Anche se non si rivolse ad un
affermato professionista perché seguisse la costruzione della chiesa, certo il
vescovo interpellò un esperto di notevole livello perché gli fornisse almeno
il disegno della fabbrica; l'invaso che ne risultò fu realizzato in forme un
po' rozze ed incerte, ma sembra frutto di una personalità ricca di sensibilità
ed al corrente dei più recenti dibattiti in campo architettonico.
La pianta ha un prevalente sviluppo longitudinale con inizio da un breve
pronao interno, situato al livello dell'ingresso e perciò ad una quota più
bassa di quella dell'invaso centrale, oltre il quale si protende l'abside di
modesta profondità. L'aula principale ha una pianta mistilinea organizzata
intorno a due assi principali. Quattro cappelle, due di limitata profondità sul
braccio trasversale, e due più profonde corrispondenti ad ingresso ed abside
sull'asse maggiore, sono raccordate, mediante piani progressivamente aggettanti,
a settori circolari che definiscono un insieme di grande fluidità spaziale. Lo
spazio a disposizione, stretto e allungato, nel quale era necessario anche
superare un certo dislivello lungo l'asse maggiore, e che aveva una quota di
imposta ben definita a causa della presenza di vene d'acqua nel sottosuolo, fu
egregiamente sfruttato con sapiente calibratura degli spazi. Il prevalente
sviluppo longitudinale fu reso più accettabile con l'ìnvenzione dello spazio
‑ filtro, quasi pronao interno, utile per superare il dislivello fra
strada e calpestio della navata, la cui altezza era dettata anche dalla necessità
dì‑un breve corridoio raccordato al convento per permettere alle monache
di accedere ai coretti. Oltre questo piccolo e raccolto invaso si apre, con
accentuato contrasto, il vano centrale che si dilata nelle due,cappelle
laterali. Un ordine gigante di paraste composite che con successivi pianetti
degradano verso la parete di fondo scandisce l'intero ambiente ed è raccordato
da un cornicione aggettante. In questo registro architettonico sono contenuti
sei coretti, quasi tutti ancora protetti da una fitta grata lignea, paziente
lavoro di intaglio oggi ingabbiato da sbarre di ferro perché minacciante
rovina.
Al di sopra della cornice si inarcano le volte nelle quali si aprono
vasti finestroni posti abbastanza in alto da sopire le preoccupazioni espresse
dall'Anzani. La copertura è costituita da una volta a botte centrale di
raccordo fra le cappelle sull'asse trasversale e da due semicalotte lunettate
che coprono le due parti dell'invaso con pareti curvilinee. Le precise rìcorrenze
fra elementi strutturali, invenzione spaziale e necessità tìpologiche e
distributive, configurano un piacevole ambiente in cui si nota un notevole
impegno di ricerca formale sia nel tentativo di ampliare lo spazìo trasversale
limitato mediante i raccordi in curva sia nell'uso delle fonti luminose che
conferiscono levità all'aula sorta con tanti vincoli di posizione e di
funzione.
Come abbiamo visto, non ci sono giunte notizie sull'architetto
napoletano che fu consigliato al vescovo Anzani, ma dall'esame dell'invaso
conventuale e del prospetto così come strutturati risaltano, anche se attuate
in modo piuttosto rozzo, alcune soluzioni adottate a Napoli da Giuseppe
Astarita in S. Anna a Porta Capuana ed in S. Raffaele a Materdei realizzata
nel 1759.
Sappiamo dal documenti superstiti che il presule conosceva l'Astarita al
quale, probabilmente negli anni '60, fu commissionata la costruzione del pulpito
della cattedrale. Il vescovo, nel 1752, era in cerca dì un professionista
giovane, capace, rispettoso e di non grandi pretese e l'architetto aveva
esordito intorno al 1750 dopo essere stato allievo di Domenico Antonio Vaccaro,
morto proprio in quegli anni. I consiglieri ai quali l'Anzani si era rivolto
avrebbero perciò potuto, nel 1752, fare il suo nome.
Se esaminiamo le membrature della facciata campagnese vediamo che essa
è caratterizzata da una leggera e tìmida concavità della parte centrale;
analogo tema viene proposto con maggiore decisione in S. Raffaele e con molta
incertezza in S. Anna a Porta Capuana. Al prospetto di quest'ultima quello di S.
Spirito, pur nella minore complessità, è accomunato inoltre dalla suddivisione
in due ordini coronati da timpano, dalla forte strombatura dei finestroni, «
dallo spazio chiaroscurato con gradualità decrescente dal centro... sino alle
zone laterali concluse da lesene » 111. Il coronamento a timpano, inoltre,
presenta alcune caratteristiche che lo avvicinano notevolmente alla soluzione,
prevista dall'Astarita, della parte terminale di S. Paolo Maggiore a Napoli,
realizzata in seguito con non trascurabili, differenze rispetto al disegno.
Nell'interno della cappella conventuale si evidenzia la successione
spaziale che definisce ambienti diversamente configurati: atrio, nucleo
centrale, abside; analoga soluzione è adottata dall'artista in S. Anna ed in S.
Raffaele, e simile è anche il ruolo giocato dall'imponente cornicione che,
delimitando in altezza l'ordine gigante, stabilisce continuità negli spazi
interni fluidamente raccordati dalla successione dei piani delle paraste
progressivamente sporgenti dalla parete di fondo, e dagli angoli in curva.
Probabilmente la decisa volontà del vescovo impedì la costruzione di
una cupola, ma anche così come costruito il sistema di copertura appare
sufficientemente congruente con le più tarde opere napoletane dell'Astarita che
rivelano la sua personalità ancora indecisa fra i modelli tardobarocchi e le
istanze del nuovo gusto che stentavano ad affermarsi nell'ambiente napoletano.
Le numerose incertezze dell'invaso di S. Spirito potrebbero essere, perciò, propriamente attribuite ad un artista di tale formazione del quale, tra l'altro, costituirebbe un'opera giovanile, realizzata da poco avvertite maestranze locali, piuttosto che a queste ultime solamente, poiché le scelte architettoniche operate sono ben inquadrate nello sviluppo dell'architettura napoletana del periodo.