CONFRATERNITA DEI CINTURATI DI

SANTA MARIA DEL SOCCORSO

     
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UN OMAGGIO A UN GRANDE AMICO: 

"PIERSANDRO VANZAN S.J."


Leggendo il n. 57 del trimestrale di Cultura Etica e Politica "Prospettiva Persona", mi ha colpito l'omaggio che la Redazione ha voluto rendere al Padre Gesuita Piersandro Vanzan e ho ritenuto giusto pubblicarlo sul sito della Confraternita.

Ho avuto la fortuna di incontrare Padre Vanzan qualche anno fa. Ricordo che il dialogo fu subito cordiale, amichevole; sembrava di aver reincontrato un vecchio amico. Mi colpì la sua carica di umanità. Il suo carisma mi riempì di fiducia ed egli divenne un punto di riferimento e uno sprone per le iniziative della Confraternita (e di una associazione onlus con cui collaboro stabilmente).

Capii subito, anch'io, che Padre Vanzan era un "lettore dei tempi e un loro comunicatore", un religioso che esercita il suo apostolato soprattutto col contatto personale. Un uomo capace di capire immediatamente i problemi del prossimo e dare se stesso per aiutarlo a risolverli.

Sento di ringraziarlo profondamente e pubblicamente per la sua amicizia e per quanto mi ha insegnato in questi anni.
Ritengo che Padre Piersandro Vanzan sia un raggio di candida luce nel buio dei nostri tempi.

Il Priore
Liberato Trotta

 

 

Saper leggere i segni del tempo

VANZAN: UN SETTANTENNE DI FRONTIERA

La redazione dedica un omaggio di stima e affetto a Padre Piersandro Vanzan s.j., redattore de "La Civiltà Cattolica", componente del Comitato scientifico di "Prospettiva Persona", riportando alcuni interventi di apprezzamento per la sua persona e il suo operato.

La Redazione

 

Piersandro Vanzan, nato nel 1934, a Lonigo (Vicenza), entrato nella Compagnia di Gesù nel 1952, ordinato sacerdote nel 1963, già ordinario di Teologia pastorale alla Facoltà teologica di Napoli e preside della medesima ‑ dove fu anche direttore di Rassegna di Teologia ‑, attualmente insegna nella Pontifica Università Gregoriana e fa parte. del Collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica. Giornalista professionista dal 1987, dirige anche l'Osservatorio sulla vita consacrata presso la Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM) e fa parte della Redazione di "Religiosi in Italia", curando la Sezione "Studi e Saggi", di cui annualmente pubblica i volumi con quelle raccolte (finora 9 volumi). Collabora inoltre alle riviste "Vita Pastorale", "Segno nel mondo", "Messaggio del Cuore di Gesù", "Ad Gentes" e "Prospettiva Persona" (in queste due ultime riviste è anche membro del Comitato scientifico).

Tra le sue pubblicazioni, oltre a una trentina di contributi in varie miscellanee e alla ventina di prefazioni o postfazioni di altrettanti volumi, ricordiamo: presso l'editrice Queríniana di Brescia, il Lessico dei teologi del secolo XX (edizione italiana del vol. 12 della collana "Mysterìum salutis"); presso l'editrìce AVE di Roma, Puebla: comunione e partecipazione in America Latina, Pechino 1995: bilancio e prospettive della IV Conferenza mondiale sulla donna, L'essere e l'agire della donna in Giovanni Paolo II, La parrocchia per la nuova evangelizzazione, presso la Studium di Roma, Giuseppe Lazzati: amare il finito nell'Infinito; presso le Edizioni Dehoniane (Roma), Chiesa e società nel secolo XX e da Puebla a Santo Domingo; presso l'editrice Elle Di Ci (Torino/Leurnann), I documenti di Santo Domíngo; presso l'EMI di Bologna, Documenti della Chiesa LatinoAmericana e infine presso la Pro Sanctitate di Roma, Giovanni Palatucci, il questore "giusto".

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 Vi sono varie categorie di studiosi. Vi sono quelli che si specializzano in un campo e non escono dal terreno delle loro competenze, vi sono quelli che hanno un campo di interessi molto vasto, ma di conseguenza meno approfondito. E vi sono quelli che sentono nell'aria i problemi del momento, li colgono prima degli altri nel loro nascere e formarsi, li anticipano, li studiano e li tematizzano per trovare un metodo e un linguaggio per renderne la complessità, aiutando così la diffusione della problematica e la sua divulgazione. Questi studiosi preferiscono i problemi difficili e scomodi e ne intuiscono la direzione. Poi, quando il dibattito diventa patrimonio dei media, pur continuando a seguirlo e ad interessarsene, se ne discostano progressivamente per dedicarsi ad altre problematiche, altri segni dei tempi, che emergono nel fluire magmatico della vita.

Ci sembra che p. Piersandro Vanzan, gesuita, appartenga a questa categoria. I suoi interessi sono vastissimi. Per tanti anni redattore e vice‑direttore di Civiltà Cattolica, la voce più autorevole in campo cattolico, ordinario di teologia pastorale, sono molti gli ambiti nei quali si è sentita la sua voce equilibrata ma ferma. Scorrendo rapidamente l'elenco delle sue pubblicazioni, troviamo testi sulla Secolarizzazione/Vita consacrata, il fondamentale Lessico dei Teologi del XX secolo del 1978, lo sviluppo della dottrina sociale con i discorsi di Puebla e Santo Domingo (1979 e 1992), fin alla problematica femminile, che qui ci interessa e che svilupperemo tra breve ‑ di cui lui colse subito l'importanza e la grande occasione di riflessione che offriva ‑ alla formazione dei laici, alle nuove religiosità, alla Pastorale, a Politica e Moralità, mentre i suoi studi più recenti lo portano, in modo naturale per chi coglie i problemi vivi del momento, ad interessarsi al dialogo interreligioso, sopratutto con l'Islam (come il recente saggio sulla "Questione islamica" scritto insieme a Bertacchini e apparso su Studium 1/06) e a mettere in luce figure dimenticate di eroi laici (vedi il recente libro su Palatucci), così necessari a un mondo che manca di modelli.

Si potrebbero dire tante altre cose, ma noi non siamo qui per fare una sintesi del pensiero di Piersandro Vanzan: vogliamo semplicemente esprimergli la nostra riconoscenza perché, avendolo conosciuto come professore ‑ frequentando già da adulte la Facoltà Teologica di Napoli/San Luigi ‑ e successivamente come amico, abbiamo potuto averlo accanto in molte battaglie e soprattutto in una presa di consapevolezza della problematica femminile nella Chiesa.

Negli anni '80, p. Vanzan era a Napoli, noi studiavamo teologia in un momento in cui nella Facoltà teologica, oltre alle donne erano entrate le nuove idee di libertà e di autonomia della coscienza portate dal Vaticano II. Noi ci rendevamo conto di come le richieste delle donne fossero giuste e sapevamo di essere discriminate nella Chiesa e chiuse in schemi e ruoli prestabiliti da una mentalità maschilista; le sentivamo nostre queste richieste, ma, d'altra parte, non volevamo identificarci con gli aspetti più vistosi e aggressivi della contestazione e cercavamo una strada, un linguaggio e un mondo simbolico diversi.

Ci sembrava che la Chiesa italiana si fosse mossa tardi sul problema delle donne, cogliendone i pericoli prima ancora che l'urgenza. L’ondata venuta dalla contestazione giovanile nella seconda parte degli anni '70 aveva colto impreparate le strutture della gerarchia e questo ritardo aveva lasciato che il movimento straripasse, senza riempirlo di contenuti profondi, giungendo agli eccessi che conosciamo. Da una parte, bisogna capire che se si vuole abbattere un grande muro, ci vuole l'ariete o la dinamite: le resistenze infatti erano forti e radicate. Ma così è avvenuto che la carica di giuste rivendicazioni e il desiderio delle donne di partecipare e portare il loro contributo provocasse nella gerarchia della Chiesa ‑ ma anche in parte della società civile ‑ una forte reazione negativa a una problematica importante e giusta.

D'altronde, come diceva Vanzan nel 1988, "è istruttivo quanto vanno dimostrando ricerche storiche accurate circa il rapporto esistente tra il silenzio delle donne nella Chiesa, la scomparsa della profezia e l'imporsi della convinzione che la forza normativa della Parola sia garantita solo dal ministero ordinato".

In quegli anni, dopo il Convegno sull'Evangelizzazione, si svolse per ben tre anni, con grande entusiasmo e partecipazione, il Sinodo della Chiesa di Napoli (1980-83), al quale partecipammo seguendone i lavori proprio insieme a p. Vanzan, e in quel periodo di impegno comune, di dibattiti e di scambi, potemmo conoscerlo meglio e apprezzarne la vivacità intellettuale, la chiarezza delle idee, la sottile ironia, a volte fulminante, che nascondeva una grande umanità, e insieme la capacità di ascolto, il senso della misura e soprattutto della giustizia, il grande buonsenso. Si creò fa di noi stima e affetto. Si percepiva il suo sforzo di uomo di fede e di intellettuale alla ricerca di una collocazione coerente e persuasiva tra annuncio cristiano e realtà del nostro tempo. Ci sembrava che avesse colto e vissuto l'intuizione di Ignazio di Loyola di fissare la propria tenda fra i problemi e le attese degli uomini.

Egli ci aiutò, e gliene siamo molto grate, a trovare la strada di una nuova coscienza femminile, che reclamava diritti ma che si assumeva responsabilità, che richiedeva maturazione studio e fatica, ma anche una nuova consapevolezza storica dell'importanza delle donne e del contributo che esse avevano dato e potevano dare.

Le donne cattoliche hanno fatto sentire la loro voce solo in una seconda fase, che era quella della riflessione, ma il loro contribuito, pur tardivo, è stato utile ed ha riempito di nuovi significati le istanze del femminismo laico. La riscoperta della differenza, dopo l'enfasi eccessiva sull'uguaglianza, non è stata un nostalgico "ritorno a casa", ma (per dirla con le parole di Vanzan alla prefazione di un libro di G.P. Di Nicola: Uguaglianza e differenza. La reciprocità uomo donna, Città Nuova, Roma 1998) “la ricerca di un nuovo umanesimo" e di "un diverso, non facile ma innovante equilibrio tra uomo e donna", e non è stata nemmeno la riproposizione di una radicale alterità dei sessi, bensì una ricchezza di scambio per una reciprocità libera da stereotipi, che si apre all'altro.

L'ala più attenta del femminismo cercava allora i “sentieri interrotti" dell'originario dire e pensare, avvertendo di volerli ripercorrere insieme all'uomo, perché questa è la caratteristica di fondo delle riflessioni "al fenunirtile": pensare insieme ‑ anche agli uomini, ma in quanto donne‑ e con i moduli del personalismo, il cui itinerario è nello stesso tempo razionale e intuitivo, coniugando mito e logos, reale e simbolico. Il personalismo non esclude il diverso, ma stabilisce molteplici relazioni fra uguaglianza e differenza, unità e molteplicità, pensiero e poesia.

Nel 1987, prima della Mulieris Dignitatem, a Napoli la Facoltà Teologica e la "Commissione Diocesana Donna" organizzarono un convegno di Studi su "La donna nella Chiesa e nel Mondo", i cui atti diventarono un libro, curato dalle sottoscritte e da D. Abignente. Nel volume ‑ che ebbe nel 1988 il premio San Michele ‑ il contributo di Vanzan "Le radici della questione femminile" esponeva idee che ora sono note ma che allora erano nuove, esaltava la centralità biblica del problema femminile, la coppia di Genesi 1, portandoci così nel cuore stesso della rivelazione e dando uno spessore e una fondazione alle nostre idee. Il suo contributo spiegava come alla base di ogni teologizzazione del femminile c'è sempre un'antropologia della mutualità che è poi il personalismo biblico che si riflette sia nella coppia ish/ishà, la coppia di Genesi 1, sia nell'ezer kenegdo di Genesi 2 (un aiuto di fronte a lui). Le ricchezze nascoste nel testo genesiaco hanno da allora fecondato decenni di riflessione: Dio non è solo Padre, ma Genitore, cioè Padre/Madre.

Il tentativo di dire la femminilità, collegandola ai miti e ai simboli della tradizione, esprime il desiderio di generare cultura da parte delle donne. Ma il processo non è senza conseguenze: tocca infatti tutto il mondo simbolico di riferimento su cui si sono costruite le categorie del pensiero e, riformulando le categorie dell'antropologia e della filosofia, giunge a interrogare la teologia. Vanzan concludeva che quella femminista non dovrebbe essere un'altra teologia, ma una teologia altra. Egli è stato fra i primi a dare un'impostazione ampia e piena di speranza al problema femminile.

Anche quando, spinto dal suo spirito curioso e inquieto, si rivolse a nuove realtà, continuò a seguire il dibattito femminile a tutti i livelli, come dimostra il libro sul convegno mondiale sulla donna (Pechino 1995), e a farci sentire la sua amicizia, continuando ad essere un punto di riferimento per tutte le nostre iniziative.

Bisogna riconoscere che sia queste voci che prima degli altri hanno colto e anticipato il problema (esponendosi talvolta) in prima persona, sia le stesse affermazioni del Magistero, contrastano decisamente con la realtà che vediamo. Si sono scritte molte cose belle sulle donne, ma non si è creato per loro nella Chiesa un'apertura a nuovi compiti e nuovi orizzonti. Le decisioni sulle problematiche familiari, che portano a indicazioni normative per la vita dei fedeli, continuano ad essere prese da uomini, che di queste problematiche non conoscono il vissuto esperienziale. E questo è solo un esempio.

Ma se la Chiesa non ha fatto abbastanza, molto è cambiato nella coscienza e nella consapevolezza delle donne che ora sanno di essere importanti, non accettano più di venire messe da parte e continuano a lavorare, a studiare, a riflettere, a partecipare. E questo lo dobbiamo a persone come Piersandro Vanzan, persone che spingono e precorrono i tempi, seminano e accettano di lasciare ad altri il lavoro incompiuto. Perché la teologia è questo: ricerca critica, capacità di intuire e anticipare i problemi e di coglierli nella loro essenza e nelle loro interconnessioni e di andare avanti intrecciando i fili del vivere umano con l'aspirazione al divino. Noi ringraziamo padre Vanzan e gli auguriamo di continuare ad aprire nuove strade di ricerca, di stimolo, di critica e di speranza.

Mariantonietta Giusti e Nerina Rodinò

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L'eclisse del clericalismo

PER UNA BUONA LAICITA’

 

Nella sala conferenze, il relatore deve illuminare il vasto, eterogeneo, attento pubblico sul fenomeno della cristianizzazione dei popoli barbarici, ormai stanziatisi entro propri regni in quello che era stato l'impero romano. "Sicché, i re di queste genti le facevano battezzare, dai rispettivi vescovi, con gli idranti". Risata generale, ma nel segno di una comprensione immediata della realtà: ne passerà, prima che l'abbondante, epidermica abluzione, penetri in cuori, costumi pagani ...

            Dato il relatore ‑ p. Piersandro Vanzan (al quale, subito appresso, occorre aggiungere sj: societatis Jesu o, anche, servus Jesu) ‑ sbaglia chi creda la battuta solo aneddotica. E’, in realtà, il ritratto dell'esistenziale, secolare 'forma mentis' del gesuita, il quale viviseziona, analizza, diagnostica, sintetizza il dato, pur di servircelo 'scottadito' (per usare un'espressione alla Vanzan) senza fraintendimenti di sorta e, all'occorrenza, con la ricetta idonea.

            Siccome c'è, poi, il rovescio della medaglia col termine 'gesuita' che si porta addosso il peso altrettanto secolare, superficiale del sinonimo di 'ipocrita' ‑ il padre affronta l'argomento ricordando che già alla metà del '500, ossia pochissimi anni dopo la fondazione della 'Compagnia', in un manuale per la confessione il fedele doveva chiedersi "Ho omesso di insegnare la parola di Dio per timore d'essere deriso e chiamato fariseo, gesuita, ipocrita, beghino. Richiamato Voltaire ‑ allorché questi raccomanda, "Calunniate, calunniate, qualcosa resterà" ‑ Vanzan conclude che i seguaci di Ignazio non potevano "aspettarsi reazione diversa: ostacolavano troppo l'espansione protestante ... e peggio ancora le cose andarono nel'600‑'700, da un lato" dovendo lottare "contro giansenisti, illuministi e gallicani, dall'altro sviluppando il ruolo di guidare re e regine nella confessione (ottenendo appoggi in favore dei Guaranì nelle 'riduzioni') ... Come ogni leggenda 'nera', anche questa si deve ai nemici".

            Padre Vanzan, dunque, lettore dei tempi e loro comunicatore. Chi scrive fortunatamente lo sa, in quanto suo allievo ad un corso di teologia: di qui il desiderio di testimoniarne il ruolo di maestro puntuale, pronto a rendersi discepolo nel perenne aggiornamento di una crescita propria e altrui. Approfittiamo, poi, di un'altra citazione del nostro (Come ha scritto F. Cardini, “i Gesuiti sono stati, insieme con gli Ebrei, la specie più duramente bombardata dalla calunnia") per portare, come si vedrà, acqua al nostro mulino, quello dell'amicizia ebraico‑cristiana.

            Al 1974 risale la stampa di una parte (la seconda, centrale) della sua tesi di laurea La catechesi su Dio in un mondo secolarizzato. Non mancava niente: dal significato di secolarizzazione (diverso da secolarismo, di per sé negativo) alla ri‑lettura positiva, anzi, meglio, "biblico‑positiva" dei suoi segni, ossia alla loro provocazione nei confronti non già della 'religione', bensì della fede. Era la lettura‑estratto di un testamento, successiva al funerale della società agricola‑chiusa‑sacra (defunta, in Occidente, con tutti i suoi pregi e difetti) che dava spazio alla società industriale‑aperta‑profana, lasciandole ben poco in eredità. Strapparsi i capelli? No di certo. L’interpretazione dei fatti, ancora una volta, portava all'interpretazione pastorale, al vero e proprio discorso su Dio, che la teologia della secolarizzazione deve anche rivolgere all'uomo della 'tecnopoli', pena la morte propria, dell'uomo 'tecnopolitano' e di Dio.

            L’autore andava alle radici con “Bonhoeffer, che riuscì a leggere la 'crisi' religiosa iniziata alla fine del Medio Evo e che, a suo giudizio, si sta concludendo ai nostri giorni ... ma come un nuovo inizio o, ancora meglio, come la fine del clericalismo e ... l'inizio di una buona laicità, in cui giungono a maturazione i germi più genuini della rivelazione giudaico‑cristiana”. Ed è così che ci ha fatto arrivare al punto.

Tonino Pantanelli 

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NOTA DI UN CONFRATELLO

            Il p. Piersandro Vanzan ha esercitato il suo apostolato non tanto con l'insegnamento e con gli scritti ma anche col contatto personale. Ha seguito, con patema sollecitudine i suoi alunni nel loro impegno pastorale; ha incoraggiato molti giovani sacerdoti a impegnarsi nella ricerca teologica e negli studi riguardanti la evangelizzazione; ha avvicinato parroci e operatori pastorali discutendo e programmando con loro in prospettiva di una pastorale aggiornata e rispondente alle direttive della Chiesa.

            In questi compiti egli è aiutato in maniera particolare da una forte carica umana che suscita in chi lo accosta simpatia e fiducia. Sempre ben saldo sui fondamenti della fede e sulle direttive del Magistero, è aperto all'ascolto e alla comprensione, attento a cogliere in ogni cosa gli aspetti positivi e la possibilità di un dialogo costruttivo e chiarificatore.

Quanti hanno avuto l'opportunità di conoscerlo, soprattutto di seguire un suo corso di Esercizi Spirituali, non hanno tardato a scorgere in lui un religioso animato dalla passione per la Chiesa e per la maggior gloria di Dio.

F. Castelli sj

(disegno di Tonino Pantanelli)